NON C’È SECONDO – LOUIS VUITTON AMERICA’S CUP

Ti riecheggiano le parole di Kennedy, mentre sei cullato dallo sciabordio dell’Hudson e sorseggi Moët & Chandon sotto il calore di una coperta (perché la brezza dell’Hudson ha un che di tramontana, quando la stagione volge al fresco):

“Ognuno di noi ha nel sangue che gli scorre nelle vene, l’esatta percentuale di sale che sta nell’acqua dell’oceano. Per questo, quando torniamo al mare, per guardarlo semplicemente o per navigarlo, torniamo al luogo cui apparteniamo”.

Era il 1962, durante lo speech serale dell’America’s Cup. L’archetipo della competizione, della sfida con la natura e con se stessi.
Qui, tra i flutti di Manhattan, a pochi metri dall’oceano, gli archetipi ti vengono incontro uno dopo l’altro; la Storia ti sussurra nelle orecchie mentre ascolti le grida di eccitazione miste a tensione della piccola folla che campeggia sulle rive, in attesa di rubare qualche istantanea delle gare per la qualificazione di quella che è una delle gare sportive più antiche del mondo.

New York, il 6 e 7 maggio, eravamo più o meno a metà del giro di qualificazioni destinate a far emergere lo sfidante del team di Oracle, detentore dell’ultima vittoria. La meravigliosa barca d’epoca su cui ci troviamo non può che ricordarci gli albori: quando lo Royal Yach Squadron britannico, certo della propria supremazia sui mari, sfidò Shooner America, costruito dallo Yacht Club di New York, a circumnavigare gli 85 kilometri dell’Isola di Wight. E vinse. Un nucleo di storia che porta con sé l’eterna disfida anglo americana e ti entra in circolo, manifestando subito le ragioni di quel fascino imperituro che l’Auld Mug (nome in gergo della coppa) si porta dietro dal 22 agosto 1851.

Naturale, pensi, scendendo al Maritime Hotel -appena sbarcato dal volo Milano-New York- che Louis Vuitton sia diventato partner di America’s Cup. Due colonne istoriate che si incontrano e creano la base di un tempio di allure, di stile, di possenza evocativa. Il Maritime è delizioso, un connubio di amenità che portano il lessico del mare in primo piano, con le grandi finestre tondeggianti a oblò e gli immensi divani blu marin, i mappamondi, le prospettive da boccaporto e gli interni vagamente retro.
La nostra prima tappa per entrare “nella parte”, cosa che a dire il vero è endemica vista la fascinazione di America’s Cup e di tutto ciò che le ruota intorno. New York è il simbolo perfetto. Considerato che per ben 132 anni e 25 sfide lo yacht Club della Grande Mela è rimasto imbattuto.

 

Per sentirci compenetrati con il mood America’s Cup, abbiamo scelto alcuni pezzi della collezione di  Vuitton ispirata alla Coppa America, con le maglie di matrice spessa, i cargo, le polo, i colori che virano dal vermiglione al cobalto, al Marin profondo, al bianco delle chiglie.
Tutti elementi profondamente evocativi, in grado di pescare nel subconscio estetico che ognuno di noi attiva nel pronunciare le parole “mare”, “orizzonte”, “infinito”, “vela”.

Mentre ci godiamo il grill sulla terrazza dell’Americano, hotel di quel minimalismo cool tipicamente newyorkese, viene spontaneo interrogarsi sulla possibilità che a Bermuda, nel maggio 2017, qualcuno “sfili” la coppa all’Oracle Usa Team. Nell’attesa di sciogliere l’arcano, Vuitton ha commissionato ai propri malletier storici un enorme baule con l’effigie della V scarlatta, ispirata ai disegni déco del fondatore Gaston Louis Vuitton, tanto appassionato di font da fondare la Compagnie de Typografie nel 1930. Da viaggiatore indomito quale era, sarebbe contento di starsene qui adesso sulle rive dell’Hudson, su un’asse spazio tempo che pare viaggiare su direttrici diverse rispetto all’ordinario. Fatto di attesa e di agonismo, di passione e di rituali che si ripetono, di correnti e srategie. Suo, di Gaston, era il motto Volez, Voguez Voyagez, riportato in auge per l’occasione. Perfettamente affine allo spirito della Cup.

L’azzurro del logo è di un blu squisitamente Dodger, il rosso pantone contrasta, il bianco apre il cuore. Ci viene in mente il principe Myskin di Dostoevskij, con la sua contestatissima frase sulla bellezza che “salverà il mondo”. Certo, surfare sulle onde della storia con indosso uno dei bathing suits della Vuitton collection, ispirati alle stampe Semaphore o Victory Boat disegnate da Gaston e restituite alla gloria del presente, potrebbe essere un ottimo modo per scoprirlo. Qui, si potrebbe rispolverare anche la famosa frase della Regina Vittoria, quando, saputo della vittoria di America, chiese “chi è arrivato secondo” e le fu risposto “there is no second, your Majesty”.

Niente, qui, in termini di suggestione, è secondo. Un quadro che si compone piano fra le stanze del Maritime, le folate di vento dell’Hudson, l’ebbrezza degli accessori (il nuovo Damier Cobalto Regatta sulle borse della p/e è ad alto impatto visivo)e qui, last but not least (va proprio detto) la High Line.

Si fa ora di rientrare. La prossima tappa è a Chicago, a metà giugno; poi Portsmouth, nel Regno Unito, infine Tolone, a settembre. Il grande baule logato attende in silenzio, con la 24 ore per le medaglie incorporata e la microfibra dalla texture speciale, idonea ad accogliere l’argento liscio del trofeo.

New york, Tribeca – Pier 25
8 Maggio 2016

Filippo e Filippo in Louis Vuitton America’s Cup Collection

Ph. Kaston Tannis – @skinnywashere


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