A TALK WITH CARLO ANDREACCHIO – SARTORIA A. CARACENI

Suona l’allarme del telefono: erano le 9 e trenta e alle 10 avevamo appuntamento da A. Caraceni. Appuntamento che ero convinto fosse alle 10:30.
Ci prepariamo in fretta e furia, non pensiamo troppo a cosa indossare, e ci presentiamo di fronte al portone di via Fatebenefratelli 13 con 10 minuti di ritardo. Ritardo accettabile.
Suoniamo il campanello ancora trafelati e ad accoglierci è proprio Carlo Andreacchio, Maestro della sartoria, con il suo solito sorriso smagliante.
“- Finalmente ce l’abbiamo fatta a rivederci!
In effetti era da due mesi che ci rincorrevamo telefonicamente per organizzare la prova di due abiti che avevamo ordinato nell’ormai lontano 2015: entrambi doppiopetto, uno blu finestrato a righe bordeaux, l’altro grigio con un sottile gessato azzurro.
Nel mentre arriva Massimiliano, figlio del Maestro, perfetto nel suo doppiopetto gessato. Poco più che trentenne ha già acquisito l’attitude sicuro e garbato del padre.

Mentre aspettiamo che portino gli abiti ci sediamo su 2 poltroncine nella stanza principale della sartoria.
Mi guardo intorno. La moquette rosso fiammante, la boiserie ebano, le sedute in velluto verde bosco, la grande specchiera anni 50: un fascino fané che non ha paura del trascorrere del tempo e che crea un ambiente atemporale, quasi solenne.

Arrivano gli abiti e per primo inizio la prova.

“- Sei dimagrito.” Dice sempre sorridente il Maestro. “l’abito non mente, è più preciso della bilancia.”

Mentre spilla la vita ormai troppo larga, io non posso che essere compiaciuto dai primi, tiepidi, risultati della palestra.

E’ la volta di Filippo che invece mantiene le misure iniziali: il suo abito appena imbastito gli cade alla perfezione.

Finita la prova ci sediamo nel salottino, sulle solite poltroncine di velluto verde, tranne Massimiliano che con il suo fare disinvolto apre il doppiopetto e si appoggia sul bancone dei tessuti.
Al mattino mi ero appuntato in agenda alcune domande, giusto per non farmi trovare impreparato, che appena entrato avevo appoggiato sulla consolle all’ingesso.

Non voglio che si parli troppo della storia della sartoria, molti ne hanno scritto e ormai si sa già tutto.” Dice il Maestro.

Non potevo che essere d’accordo. Con lo sguardo cerco l’agenda abbandonata lì nell’ingesso, ma non volendo interrompere la conversazione ormai iniziata rimango seduto.

Siamo in questa sede dal 1946, quest anno facciamo 70 anni in via Fatebenefratelli. Cerchiamo di cambiare la sartoria il meno possibile, manteniamo invariati gli arredi per fare sentire il nostro cliente a casa. Anche i nostri collaboratori sono sempre gli stessi, pensi che uno dei sarti nella stanza di fianco ha 82 anni e ne dimostra a malapena 70. Il lavoro è la sua passione e non potrebbe vivere senza. Ed è anche il mio caso.”

Il Maestro inizia a raccontare la sua passione per la sartoria, iniziata nella prima infanzia quando per gioco cuciva gli abiti per le bambole della sorella. Le idee erano chiare fin da subito, Carlo voleva diventare sarto.
In famiglia però c’erano altri progetti: lo studio, il diploma e forse la laurea.
Preso il diploma inizia una serie di esperienze lavorative in aziende di abbigliamento e di tessuti che si concludono nella celebre sartoria di quello che poi sarebbe diventato suo suocero, Augusto Caraceni.

Questa è una cosa che generalmente non racconto…” – dice Andreacchi0 con un sorriso un po’ imbarazzato – “Non racconto mai come ho conosciuto mia moglie. E’ successo tutto per caso, in una di quelle sere nelle quali non vorresti uscire.
Ero al palazzo del Ghiaccio a pattinare e incontro questa ragazza: colpo di fulmine. Dopo un corteggiamento iniziale e diverse uscite tet à tet, scopro il suo cognome, “Caraceni”, e mi sembra impossibile. Le coincidenze della vita.

La conversazione si interrompe, il campanello suona.

E’ in anticipo. O sono in ritardo o sono in anticipo, mai uno puntuale.”

Entra il cliente, il fondatore di un noto brand di alta gioielleria, per la prova di un paio d’abiti.
Quindici minuti più tardi, dopo un caffè veloce e dopo aver risposto ad un paio di email, la prova finisce e il Maestro torna a sedersi sulla sua poltrona.

Scusate per l’attesa, dove eravamo rimasti?”

A questo punto gli faccio la prima domanda dopo mezz’ora di conversazione e gli chiedo qualcosa in merito ai suoi clienti.

Il 70% della clientela è straniera e solo il 30% è italiana: non è che l’Italia abbia abbandonato la presenza in sartoria, solamente ordina meno rispetto ad una volta. Sarà per la situazione economica, sarà che l’Italia è un paese nel quale è meglio non esporsi troppo… in ogni caso in questo ultimo periodo gli italiani stanno tornando.
In tanti anni di attività per queste stanze sono passati centinaia di clienti che ricordo con grande affetto.
Ma quelli a cui sono più affezionato sono 2. Il primo è Eugenio Montale a cui abbiamo realizzato il frac per la cerimonia del Nobel: è stata una grande emozione conoscerlo e vestirlo.
Per quanto riguarda il secondo cliente è una storia un po’ complicata…

Massimiliano sorride, sa già dove il padre vuole andare a parare.

Un giorno mi chiama questo cliente storico, raccomandandosi di trattare bene un suo caro amico che mi avrebbe mandato.
Erano gli anni ‘70. Il giorno dell’appuntamento si presenta in sartoria quest uomo avvolto da una lunga cappa d’astrakan; sotto un abito nero, camicia a righe larghe bianche e rosa e cravatta verde pisello. Come se non fosse abbastanza aveva il codino. Diciamo che non era il nostro prototipo di cliente e nemmeno una persona che si poteva facilmente incontrare per strada.
Lo faccio accomodare in camerino e chiedo a mio suocero Augusto cosa dovevo fare. Lui senza esitazione disse che non potevamo vestirlo e di mandarlo via, ma dal momento che mi era stato raccomandato abbiamo deciso di vestirlo ugualmente.
Solamente dopo abbiamo realizzato che l’eccentrico signore era Karl Lagerfeld che da quel momento è diventato un cliente affezionato con un attivo di 400 abiti. Persona veramente squisita. E a modo suo molto elegante.”

Mi viene naturale chiedere qual’è a suo parere l’errore di stile più frequente per un uomo.

Sicuramente l’eccesso: l’uomo elegante non ha bisogno di esagerare né di seguire la moda in maniera compulsiva. Anche perché finché si è giovani un leggero scivolone di stile è ancora a accettabile, ma superati i quaranta diventa imperdonabile. L’esagerazione non è mai la risposta.”

Sistema la sua cravatta azzurra. Accavalla la gamba e appoggia il gomito sul bracciolo. Fa un lungo respiro.

L’ Avvocato era sempre perfetto” – dice con tono un po’ nostalgico quando inizia a parlare di Gianni Agnelli, icona di stile senza tempo che il Maestro ha avuto il piacere di vestire assieme al suocero Augusto per anni .
Qualsiasi cosa indossasse era sempre perfetto, che fosse in barca, a sciare o a teatro.
Un’eleganza sicuramente innata, una sicurezza e una disinvoltura che contraddistinguevano quel fascino che ancora oggi ricordiamo.”

L’avvocato stava bene così” dice Massimiliano con voce profonda. “ Ma questo non vuol dire che il suo stile deve essere per forza paradigma. Ciascuno deve trovare un proprio stile che lo rappresenti e con il quale si senta a proprio agio, altrimenti si rischia di diventare una copia stonata.

Ognuno può essere elegante a modo suo” – continua Andreacchio- ” non esiste una ricetta valida per tutti.
Qualche anno fa, ad esempio, arriva in sartoria un cliente con un paio di tende damascate, completamente lise e ingiallite dal tempo. Erano della casa di famiglia e voleva che le utilizzassimo per realizzare un abito. Eravamo tutti fortemente dubbiosi in merito al risultato finale, ma devo ammettere che quando l’ha indossato era veramente elegante. Certo, a modo suo, non è un abito per tutti.
A volte invece si vedono delle persone talmente mal vestite che mi verrebbe voglia di prenderle, vestirle da capo a piedi e vedere il miglioramento. Una sfida personale insomma.”

L’ultima domanda per concludere la conversazione è rivolta direttamente a Massimiliano a cui chiedo come vede il futuro della sartoria.

Sicuramente positivo: abbiamo una clientela affezionata che ci seguirà e nuove generazioni che si stanno avvicinando al nostro mondo. Manterremo la stessa qualità che ha reso famosa la sartoria, e lo stesso saper fare che ci tramandiamo da generazioni.
L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è la confusione del cliente che a volte non riesce a capire come mai impieghiamo tanto tempo a confezionare un abito quando ci sono altri sarti che in due settimane arrivano con un abito fatto e finito.
Questo capita soprattutto con gli stranieri a cui bisogna spiegare che un processo semi-industriale non è neanche lontanamente paragonabile ad un lavoro totalmente manuale.
Ma sono fiducioso che con il tempo sempre meno nutriranno tali dubbi”.

Un passato glorioso, un futuro promettente. Questa è la sartoria A.Caraceni ad oggi, uno splendido esempio di Made in Italy, quello vero, fatto di persone che sanno fare e che vogliono fare. Di persone mosse dalla passione per il proprio lavoro, sempre alla ricerca del miglioramento coerentemente con il proprio passato e la propria storia.

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Massimiliano and Carlo Andreacchio Caraceni

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Sartoria A. Caraceni
Via Fatebenefratelli, 16, Milano


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